La fantomatica riunione all’Hotel Maison Rouge del 1944

Spread the love

Maribor, sul ponte della Drava, nel 1941: Martin Bormann è riconoscibile a fianco di Adolf Hitler

La storia della riunione avvenuta il 10 agosto 1944, in cui Martin Bormann avrebbe convocato tutti i principali uomini d’affari tedeschi e i vertici del Partito Nazista all’Hotel Maison Rouge (o Rotes Haus) di Strasburgo, ancor oggi considerata autentica dalla maggioranza degli storici e giornalisti investigativi, merita invece di essere rilevata per quel che è, cioè una vera e propria fandonia.

Il giornalista Rino di Stefano in un articolo pubblicato sul suo blog, racconta, per esempio, che «Secondo i verbali in seguito rinvenuti di quella riunione, lo scopo di Bormann era che “l’economia del Terzo Reich fosse proiettata verso un itinerario di ricerca profitti nel dopoguerra”. Questo percorso era conosciuto come Aktion Adlerflug o Operation Eagle Flight (Operazione volo dell’aquila). Non era altro che la continuazione del Nazional Socialismo attraverso il massiccio trasferimento di denaro, oro, azioni, obbligazioni, progetti, diritti d’autore e persino specialisti tecnici dalla Germania. Fu un emissario di Bormann, l’SS Obergruppenfueher Dottor Scheid, direttore del gruppo industriale Hermadorff & Schenburg Company, a spiegare ad un suo attendente lo scopo di quella riunione: “L’industria tedesca deve comprendere che la guerra adesso non può essere vinta, e quindi devono essere fatti i passi necessari per realizzare una campagna commerciale nel dopoguerra che possa assicurare in tempo la ripresa economica della Germania”. E aggiunse: “Dopo la sconfitta della Germania, il Partito Nazista sarà costretto a prendere atto che alcuni dei suoi più conosciuti leader vengano condannati come criminali di guerra. Comunque, in collaborazione con gli industriali, faremo in modo che una parte meno cospicua ma più importante dei suoi membri venga sistemata in diverse fabbriche tedesche, come esperti tecnici o membri dei loro uffici strategici”».

In realtà non ci sono evidenze che Martin Bormann, fra l’altro nemmeno presente a quell’incontro, lo abbia addirittura promosso, considerando che verosimilmente non avrebbe mai tradito così spudoratamente Hitler, di cui era l’uomo più vicino e fedele. Il divulgatore Marco Pizzuti ricorda giustamente che «Hitler disponeva di una rete di informatori e di un sistema di controllo interno estremamente efficiente e i suoi accoliti sarebbero stati folli a correre un elevato rischio di essere scoperti».

È anche vero che il segretario del Partito Nazionalsocialista è stato tacciato di essere addirittura una spia al soldo dei russi, ma questa è tutta un’altra storia.

Il fantomatico Scheid, più volte citato nel documento come emissario di Bormann alla riunione, non corrisponde a nessun personaggio della cerchia del gerarca e la sua figura non pare assolutamente credibile in quel contesto, nemmeno per le parole pronunciate.

Si tende comunque a identificarlo in Johann Friedrich Scheid, direttore della HESCHO (Hermsdorf-Schomburg-Isolatoren GMBH), una società a responsabilità limitata della Turingia che produceva isolatori in porcellana, solitamente impiegati negli impianti elettrici. Scheid avrebbe ricoperto nelle SS il ruolo onorario di Obergruppenfuhrer (generale), ma su di lui si conosce poco altro.

Se proprio qualcuno doveva partecipare a questa irreale riunione, in nome e per conto del luogotenente di Hitler, poteva essere solamente Helmut von Hummel, contabile e assistente personale di Bormann, scomparso dalla circolazione nel maggio 1945, almeno per quel che scriveva James Sachs Plaut, Director of the Art Looting Investigation Unit (OSS), responsabile dal 1944 al 1946 del recupero delle opere d’arte saccheggiate da Rosenberg, Goring e Hitler e nascoste in Germania.

Di von Hummel scriveva anche Simon Wiesenthal, il cacciatore di nazisti, ricordandone l’arresto a Salisburgo, mentre cercava di andarsene all’estero con una quantità d’oro del valore di cinque milioni di dollari, anche se per Arrigo Petacco l’uomo cercava di occultare una valigia contenente dollari in contanti per la stessa cifra.

In realtà buona parte dei gerarchi delle SS e la quasi totalità degli industriali tedeschi, avevano già da tempo provveduto per proprio conto a investire denaro in attività economiche all’estero, soprattutto in America Latina, come dimostra un dossier curato nel 1946 dal Dipartimento delle Finanze degli Stati Uniti, citato dal giornalista Jorge Camarasa in Organizzazione Odessa: «Uomini di paglia al loro servizio aprirono imprese e conti bancari segreti. In tal modo i tedeschi, utilizzando fondi tedeschi, crearono nel mondo intero 750 società: 112 in Spagna, 58 in Portogallo, 35 in Turchia, 98 in Argentina, 233 suddivise fra Cile, Paraguay, Venezuela, Bolivia ed Ecuador, e 214 in Svizzera». Quel rapporto, pur circostanziato, rilevava comunque come fosse estremamente difficile seguire le operazioni di trasferimento da una banca all’altra, poiché le movimentazioni avvenivano spesso tra paesi diversi.

Anche lo storico Arrigo Petacco disse la sua sui «relativi verbali del convegno» che si sarebbe tenuto all’Hotel Maison Rouge, «ammesso che siano stati compilati», poiché non sono mai stati rintracciati: abbiamo solo «alcuni frammenti di documentazione che furono ricuperati dai servizi segreti israeliani».

L’unico documento che attesta quindi la veridicità di questa riunione e l’esistenza dell’organizzazione denominata Odessa (Organisation Der Ehemaligen SS Angehörigen – organizzazione degli ex appartenenti alle SS), come racconta Daniel Jeffreys in un articolo pubblicato su La Repubblica nel 1996, è tra quelli resi pubblici dagli archivi nazionali statunitensi nel 1996. Si tratta di un dossier ‘segreto’ datato novembre 1944, ‘scoperto’ da Elan Steinberg, direttore del World Jewish Council, che poggia esclusivamente sul lavoro di un agente dei servizi segreti francesi del Deuxieme Bureau infiltrato nelle organizzazioni naziste a Parigi durante l’occupazione tedesca. La ‘talpa’ avrebbe partecipato, a suo dire, alla riunione di industriali tedeschi tenutasi all’hotel Rotes Haus di Strasburgo nell’agosto del 1944. Jeffreys riferisce che Steinberg avrebbe verificato l’autenticità del dossier segreto «trovando collegamenti con altri dossier che dimostrano come la Reichsbank, precursore della moderna Bundesbank, fosse coinvolta nella trama di Odessa […] L’incontro di Strasburgo era servito a pianificare la rinascita del Reich. Ai dirigenti della Volkswagen, delle acciaierie Krupp, della Brown-Boveri, della Messerschmidt, della Zeiss e della Leica fu ordinato di organizzare operazioni nel mondo e prepararsi a finanziare il partito nazista dall’estero».

Alessandro Melazzini, parlando del libro Odessa und das Vierte Reich (2007) dello storico Heinz Schneppen, spiega invece che tra i propagatori del mito di Odessa, Simon Wiesenthal è certamente colui che ha rivestito il ruolo principale: «Schneppen non discute gli onorevoli motivi del noto ‘cacciatore di nazisti’ ma contesta la superficialità con cui egli trattò le proprie fonti, a cominciare da quell’informativa francese giunta ai Servizi segreti americani nel novembre del ‘44 e che diede inizio alla leggenda. Sebbene di tale documento sia stata accertata la falsità solamente di recente, sarebbe bastato un controllo critico dello stesso per fiutare la truffa. Tra i nomi degli industriali e dei manager elencati come partecipanti alla conferenza segreta, infatti, solo una minima parte è riconducibile a persone realmente esistite. E anche l’idea di tenere una conferenza segreta in un hotel appena due settimane dopo l’attentato a Hitler, in cui il Fuhrer uscì salvo e determinato a sterminare chiunque sospetto di propositi disfattisti, risulta assai poco credibile. Senza poi contare che nel 1944 l’esportazione di ingenti capitali in denaro e titoli di credito dalla Germania era pressoché impossibile per via dello stringente controllo degli Alleati, esercitato anche sugli Stati neutrali […] Nonostante la mancanza di prove concrete, il mito dell’organizzazione Odessa, testimoniato negli anni passati anche dal successo di romanzi come Dossier Odessa di Frederick Forsyth, sembra tuttora permanere intatto. Quale il motivo di una simile vitalità, al di là della disinvoltura con cui Wiesenthal e molti storici hanno contribuito ad alimentarlo? Secondo Schneppen, alla base di tutto vi sarebbe il bisogno collettivo di credere al complotto, unito alla paradossale forza del mito. Perché, nonostante la razionalità porti spesso a conclusioni più sobrie, nessuno mai può riuscire veramente a confutare le convinzioni di chi crede in ciò che non esiste».

Simon Wiesenthal, nel suo Giustizia, non vendetta, raccontava che «Nella primavera del 1946 un ufficiale americano portò un giorno nel nostro ufficio un grosso zaino e ne trasse una spessa busta color blu scuro che, come ci raccontò, aveva sequestrato a un certo colonnello Keitel nel campo d’internamento per le SS di Ebensee, nei pressi di Bad Ischl, famosa località termale austriaca… Il documento più singolare era un verbale di un colloquio segreto tra grossi esponenti dell’economia tedesca che si era tenuto nell’agosto 1944 all’Hotel Maison Rouge di Strasburgo». Ma Wiesenthal, subito dopo, ammetteva che «gli industriali tedeschi avevano cominciato da tempo a trasferire il loro denaro, aprendo di preferenza conti bancari in Svizzera e in Spagna, dai quali, già allora, forti somme venivano esportate in Argentina. In parte questi movimenti di denaro venivano mascherati con la fondazione di ditte simulate, in parte ci si avvaleva, chiaramente, anche di prestanome privati».

Pier Luigi Guiducci, docente di Storia della Chiesa, autore di Oltre la leggenda nera, ha precisato più recentemente che quel documento che riferisce «di una riunione segretissima avvenuta a Strasburgo, in Francia, per preparare la fuga a gerarchi e a industriali (10 agosto 1944) si è rivelato un falso storico. Non fu neanche necessario organizzare gruppi di agenti nei Paesi sudamericani perché in queste terre, da anni, erano presenti comunità tedesche, erano stati realizzati investimenti economici, e si erano anche strette alleanze politiche».

Nonostante l’evidenza, la fantomatica riunione all’Hotel Maison Rouge continua imperterrita a comparire in ogni libro, senza che nessun autore si sia mai preso la briga di approfondire davvero la faccenda, o perlomeno rappresentare le perplessità su questa presunta ‘fonte storica’: d’altronde, comprendiamo che fare a meno di citare quest’incontro, renda Odessa priva di robuste fondamenti.

Anche la nota giornalista investigativa Gaby Weber, nonostante la proverbiale meticolosità delle sue ricostruzioni, ha sempre insistito più del dovuto sulla riunione avvenuta all’Hotel Maison Rouge, sui contenuti e sui partecipanti, ammettendo poi candidamente di aver ottenuto copia del rapporto  stilato all’epoca dall’agente del Deuxieme Bureau – tre pagine in tutto -, dall’archivio nazionale degli Stati Uniti. All’epoca quell’informazione confidenziale non venne giudicata minimamente attendibile dagli americani.

A dirla tutta, poi, il Deuxieme Bureau non c’entrerebbe proprio niente. Infatti, dopo l’invasione della Francia da parte delle truppe tedesche, ci fu una scissione dei servizi segreti francesi: con l’armistizio firmato da Philippe Petain, il  Deuxieme Bureau continuò a lavorare per il governo di Vichy sul territorio non occupato dai tedeschi, cioè nel meridione della Francia, e seguitò a far parte dell’organismo statale almeno fino al 17 agosto 1944, quando gli Alleati invasero la Francia. Nella porzione occupata militarmente dalla Wehrmacht, invece, Charles De Gaulle, il cui governo in esilio a Londra contava praticamente nulla, si costituì il Bureau Central de Renseignement et d’Action (BCRA), per distinguerlo dall’altro servizio segreto. Il BCRA, che clandestinamente avrebbe dovuto sorvegliare le mosse del governo di Vichy e ostacolare l’occupazione tedesca nella porzione della Francia settentrionale, in realtà fu sempre intralciato dagli uomini del servizio segreto britannico Special Operations Executive (SOE), che con estrema efficienza operavano liberamente su tutto il territorio francese.

 

Bibliografia essenziale

Rino Di Stefano, Un impero finanziario nazista lavora nell’ombra fin dal 1943, RinoDiStefano.com, 3 gennaio 2019;

Arrigo Petacco, Nazisti in fuga, Mondadori, 2017;

Marco Pizzuti, Biografia non autorizzata della Seconda Guerra Mondiale, Mondadori, 2018;

Lebenslauf von Johann Friedrich Scheid, hermsdorf-regional.de.;

James Sachs Plaut, Hitler’s Capital, The Atlantic, Volume 178, No. 4, ottobre 1946;

Simon Wiesenthal, Giustizia, non vendetta, Mondadori, 1989;

Jorge Camarasa, Organizzazione Odessa, Mursia, 1998;

Daniel Jeffreys, Il dossier Odessa esiste. Ecco il piano dei nazisti, La Repubblica, 7 settembre 1996;

Alessandro Melazzini, La bufala di Odessa. L’organizzazione per far fuggire i criminali nazisti in Sudamerica non è mai esistita, Il Sole-24 Ore, 16 marzo 2008;

Carlo Mafera, La via dei topi non passava solo dal Vaticano…, Storia in Rete n. 119, settembre 2015;

Mario Costa, Il Deuxieme Bureau: spionaggio tra polvere e scartoffie, Storia Illustrata n. 144, novembre 1969.

Lascia un commento