I viaggi per mare di re Salomone

Spread the love

Un dipinto di re Salomone risalente al 1647 (realizzato da Gilles Rousselet, Abraham Bosse e After Claude Vignon), conservato al Metropolitan Museum of Art.

Il biblista John Bright scrisse che le imprese commerciali di  Salomone “furono numerose e, dal momento che il commercio estero era in larga parte un monopolio reale, fruttarono allo Stato [d’Israele] una grande ricchezza […] A Ezion-Geber, egli creò, certamente con l’aiuto di costruttori navali fenici, una flotta mercantile e, equipaggiandola con marinai fenici, la inviò in viaggi commerciali regolari fino in Ofir, più o meno l’equivalente dell’odierna Somalia. Questi viaggi impiegarono un anno e almeno parte di altri due, presumibilmente permettendo alle navi di toccare porti su entrambi i lati del Mar Rosso. Esse riportarono a Salomone ricchezze e i prodotti esotici del sud: oro e argento, legname raro, gioielli, avorio e – per il divertimento di sua maestà – scimmie!”.

Ezion Geber, chiamata Elath o Eliat, citata anche nell’Antico Testamento, all’inizio del I millennio a.C. era l’attracco portale del regno di Salomone, nella propaggine settentrionale del golfo di Aqaba. Il sito archeologico fu scoperto negli anni Quaranta del secolo scorso: gli scavi hanno rivelato che la cittadina era cinta da mure già ai tempi di Salomone.

Eliat era nota nell’antichità anche come centro per la lavorazione del rame.Questa area portuale era collegata all’Antico Egitto tramite una carovaniera che attraversava la Wadi Araba, la valle che dal Mar Morto arriva al Golfo di Eilat nel Mar Rosso.

Il successo di Salomone per mare fu propiziato, come racconta Federico A. Arborio Mella, dall’inerzia dei faraoni, tanto che egli “sfruttò la via commerciale aperta dal padre Davide, la rese sicura disseminandola di forti presidi armati, e la incrementò a tal punto che ormai tutte le merci delle Indie giungevano dal Mar Rosso al Mediterraneo, via Gerusalemme. Anche i prodotti di Punt e dell’Arabia, da tempo trascurati dall’Egitto, avevano preso quella nuova strada”.

Salomone intraprese anche rapporti commerciali con la regina di Saba, il cui regno è da collocare probabilmente nell’attuale Yemen orientale. In questo caso la carovaniera attraversava il deserto del Negev, lambendo la penisola del Sinai e congiungendo l’oasi di Najran (Yemen) a Gaza (Palestina).

Sabina Antonini, che ha guidato diverse spedizioni archeologiche in Yemen, ci ricorda che Saba “è Bilqis nella tradizione araba, e Makeda nella tradizione etiopica. La regina di Saba fa il suo ingresso nella storia nel X secolo a.C., quando si reca alla corte del re Salomone, e le leggende ispirate intorno a questo incontro ce la presentano come una donna di potere, di sapienza, di saggezza e di curiosità, oltre che di meravigliosa bellezza femminile. Che si voglia credere o meno alla sua storicità, la visita a Gerusalemme di un’ambasciata dal regno di Saba è del tutto plausibile nel contesto del commercio internazionale dell’incenso in quell’epoca”.

Nonostante la mancanza di altre fonti storiche, se non quelle degli annali assiri che comunque non riportano i nomi delle regine arabe, l’archeologo orientalista Alessandro de Maigret aggiunge che “le stratigrafie profonde di vari siti archeologici yememiti fanno risalire oggi la cultura subarabica almeno all’inizio dell’età del Ferro (1200 a.C. circa)”. Eppure “L’ignoto autore del Kebra Negast, che fu composto in lingua ge’ez nella prima metà del XIV secolo d.C. (e forse derivato da un testo copto a sua volta ispirato a un testo ge’ez più antico)”, scrive lo storico Mimmo Frassineti, “introduce particolari inediti: la regina è etiope (non yememita come nella tradizione), si chiama Makeda, regna sulla città di Axum e, dal suo incontro con il re d’Israele, nascerà Menelik”.

La regina di Saba, sulla scorta delle scarse testimonianze storico/archeologiche, rimane quindi in un cono d’ombra.

Il paese di Ofir, dov’erano dirette le navi di Salomone, rimane di collocazione incerta, come ricordava anche Gabriele Mandel: l’archeologo, però, scriveva che Ofir poteva trovarsi “nell’area dello stretto di Bab el Mandeb, allo sbocco del Mar Rosso, laddove sussistevano empori e mercati internazionali per i prodotti dell’Africa e dell’India”.

Bab el Mandeb, nel punto più stretto del golfo, separa lo Yemen da Gibuti. A dividere lo stretto c’è l’isola di Perim, che richiama alla mente “Il racconto del naufrago”, un classico della letteratura del Medio Regno, in cui un ufficiale descrive la sua forzata permanenza su un lembo di terra per quattro mesi.

È un punto strategico, poiché navigando sul Mar Rosso si raggiunge l’Oceano Indiano. Richard Pankhurst, già direttore dell’Institute of Ethiopian Studies, ha suggerito che Etiopia e Yemen, anche in un remoto passato, fossero in contatto tra loro. Infatti, la striscia di mare che separava i lati del Mar Rosso in prossimità dell’isola di Perim, diecimila anni fa era larga solo undici miglia rispetto ai cinquanta odierni, quindi percorribili in appena un giorno anche con semplici imbarcazioni. Pankhurst ricorda fra l’altro anche le tradizioni culturali che collegano i due paesi, entrambi legati in qualche modo alla mitica regina di Saba.

Ofir, secondo Mendel, potrebbe quindi identificarsi in una località del regno di Punt, giacché le mercanzie riportate dal paese di Punt dalle navi egizie di Hatshepsut, “erano analoghe a quelle portate dalle navi salomoniche”. Sabatino Moscati riteneva che Ofir fosse “da collocare allo sbocco del Mar Rosso sull’Oceano Indiano, verosimilmente nello Yemen”.

Anche le tanto decantate miniere di Oman, da cui re Salomone importava il rame, potrebbero avere a che fare con Punt, poiché pure la Nubia è ricca di antichi giacimenti di rame e il regno di Kush aveva sicuramente una qualche egemonia sulla terra delle spezie. Inoltre, la collocazione di Oman rimane alquanto misteriosa: potrebbe essere la Magan da cui anche i Sumeri si approvvigionavano di rame già dalla seconda metà del III millennio a.C.

Sappiamo che Magan perse progressivamente importanza attorno alla metà del II millennio a.C., quando la civiltà Indo-Sarasvati, a cui era legata da stretti rapporti commerciali, declinò. Tanto è vero che i Babilonesi, in quei secoli, reperivano il rame da Cipro (e non da Magan), al pari dei Fenici. L’antica Magan – Oman potrebbe essere nello Yemen o in Pakistan, ma anche in Nubia. Lo stesso John Bright scriveva che “la fonte del rame di Salomone è al presente un mistero”.

Il paese di Ofir o Ophir deve il suo nome a uno dei tredici figli di Ioctan, discendente di Sem, la cui tribù, secondo il resoconto biblico, era nota per la qualità e l’abbondanza dell’oro già alla metà del II millennio a.C., come testimoniato da un frammento di terracotta rinvenuta negli anni Cinquanta del secolo scorso nei pressi di Tel Aviv. Secondo il Libro Sacro, da Ofir provenivano anche i rari alberi di ‘algum’, da cui si otteneva il legno di sandalo rosso o bianco. Nell’emporio commerciale era possibile reperire molte spezie come la cannella e i chiodi di garofano, nonché avorio, incenso e pelli di animali. Tra gli altri prodotti che le navi di Salomone riportarono in patria, a parte quelli appena citati, c’erano argento e pietre preziose, mentre tra gli animali scimmie e pavoni.

Lascia un commento