Mummie e cocaina

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Erythroxylum coca
(Pubblico dominio)

Nel 1992 apparve sulla stampa una notizia, divulgata dall’antropologa  Gisela Grupe dell’Università di Monaco di Baviera, che provocò reazioni contrastanti nel mondo accademico.

In nove mummie dell’antico Egitto datate tra il 1070 a.C. e il 395 a.C. la dottoressa Svetla Balabanova, una  tossicologa dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Ulm, aveva rinvenuto tracce di cocaina, hashish e nicotina.

Successive analisi su campioni prelevati da altri centrotrentaquattro corpi provenienti dal Sudan e custoditi in sedi museali europee, rilevarono la presenza di cocaina nel 33% dei casi.

La notizia accese la fantasia di molti, che sostennero antichi viaggi in America, asserendo che la pianta da cui viene estratta la sostanza stupefacente è nativa solo del Nuovo Mondo.

Tralasciando la possibilità di contaminazione durante gli esami, sostenuta dalla professoressa Edda Bresciani dell’Università di Pisa probabilmente solo per delegittimare la ricerca, oppure il fatto che anche altre sostanze (giusquiamo nero e mandragola) possano lasciare tracce simili alla cocaina, occorre prendere in considerazione altre ipotesi, ben più plausibili.

È sufficiente una rapida ricerca in linea per scoprire che la pianta di coca prospera sull’isola di Giava, in India (nella zona di Nilgiris) e anche in Madagascar.

È quindi possibile che la cocaina giungesse in Egitto lungo piste carovaniere e marittime ben consolidate nell’antichità, già dal III millennio a.C.

Anche scartando l’opzione Madagascar (sicuramente) e Giava (probabilmente), rimane fattibile l’India come sede dell’approvvigionamento della sostanza in questione. Certamente si tratta di un’ipotesi che va documentata in maniera più esaustiva, ma in raffronto all’altra (la provenienza dall’America), è preferibile poiché ragionevole e almeno in linea teorica comprovabile.

A meno che l’alcaloide cocaina rinvenuto sulle mummie egizie non derivi, senza ombra di dubbio, da arbusti originari delle Ande peruviane e boliviane. Ma anche in questo caso va ricordato che tra le quattro varietà riconosciute, quella denominata ‘boliviana’ si coltiva anche a Giava.

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