La morte del sovrano inca Atahualpa

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Diapositiva riproducente Atahualpa, contenuta in un volume conservato nell’Archivo Histórico del Guayas; Guayaquil, Ecuador (condiviso dall’utente J. Javier Garcia A., 11 ottobre 2010 (Creative Commons CC0 1.0 Universal Public Domain Dedication)

Pur venendo da due disastrose spedizioni, una in Colombia e l’altra in Ecuador, dal 1531 in poi Francisco Pizarro ebbe miglior fortuna e riuscì a sbaragliare l’impero degli Inca, sfruttando soprattutto i conflitti interni degli indigeni.

All’alleato della prima ora, il sovrano inca Atahualpa, parve di riconoscere nello spagnolo, per le fattezze del viso e l’abbigliamento, un diretto discendente del dio bianco Viracocha.

È quasi certo che Pizarro, un uomo di alta statura e con una folta barba, in sella al suo cavallo e con l’armatura indosso potesse indurre i nativi a credere nel ritorno della loro divinità.

È interessante notare che il dodicesimo (e ultimo, secondo le credenze) regnante Inca Huayna Capac, in punto di morte avrebbe rivelato ai figli l’arrivo di “genti nuove e sconosciute” che avrebbero sottomesso l’impero con “armi possenti e invincibili ben più delle nostre”, esortando i presenti “di obbedirli e servirli come uomini a noi in tutto e per tutto superiori”.

Le parole del re erano state precedute da segni nefasti, del tutto simili a quelli rammentati dagli Aztechi nella Mesoamerica: la morte di un’aquila nel giorno dedicato alle celebrazioni del Sole, l’apparizione di tre cerchi attorno alla Luna ad annunciare guerra e distruzione, oracoli che fornirono oscure e confuse risposte, idoli parlanti e l’immancabile cometa, in questo caso quella di Halley apparsa nel 1467.

Il boato di un cannone poteva essere interpretato come quello del tuono, da sempre associato col fulmine alle manifestazioni divine.

L’abbaglio durò poco perché l’emissario inviato da Atahualpa, il guerriero Cinquinchara, dopo aver trascorso un po’ di tempo con gli spagnoli, convinse il sovrano a non fidarsi di loro perché si comportavano alla stessa maniera degli umani e non avevano proprio niente di sovrannaturale.

Il regnante inca, in ogni modo, fece la stessa fine di Montezuma, maltrattato e tenuto in ostaggio. Inscenando un processo nei suoi confronti e ritenendolo ovviamente colpevole, gli fu chiesto se volesse morire come un eretico (bruciato vivo) o come un cristiano (strangolato): Atahualpa scelse quest’ultima e prima di morire fu battezzato col nome di Juan de Atahualpa, in onore di San Giovanni Battista.

Alla storia passerà per l’inca convertito al cattolicesimo.

La morte di Atahualpa ha poi generato il mito di Inkarri, ancor oggi tramandato oralmente: il sovrano inca avrebbe promesso di  tornare per vendicare la propria morte. La leggenda recita che gli spagnoli smembrarono il suo corpo e lo seppellirono in vari luoghi del regno: la testa sotto il palazzo presidenziale di Lima, le braccia sotto al Waqaypata (Quadrato di lacrime) di Cuzco e le gambe ad Ayacucho. Al suo risveglio il monarca dovrebbe ristabilire l’armoniosa relazione tra la madre terra Pachamama e i suoi figli.

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