I Rus’ di Kiev

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L’approdo di Rurik con i fratelli Sineus e Truvor al Lago Ladoga, dipinto (Apollinarij Michajlovič Vasnecov)

I variaghi, poi denominati Rus’, oltre a occupare territori della Russia dell’ovest, si stanziarono in quelli che oggi sono ricompresi in Bielorussia e Ucraina.

Non c’è dubbio che il commercio dei variaghi favorì la nascita e lo sviluppo delle città, che da snodi commerciali si trasformarono nelle sedi di principato dei potentati russi.

Così scrive Francesco Colotta a proposito di variaghi: “[…] più che di un popolo vero e proprio, si trattò di un insieme di bande, vagamente assimilabili ai vichinghi. Nella maggior parte dei casi si trattava di piccoli gruppi di giovani, non sposati, avvezzi all’uso delle armi”.

La prima menzione dei Rus’, e il loro accostamento ai vichinghi, è contenuta negli Annales Bertiniani, una raccolta di cronache redatta dai monaci di San Bertino. Qui si narra di un gruppo di vichinghi che, dopo aver raggiunto Costantinopoli per una missione diplomatica nell’838, cerca di ritornare in patria attraversando l’Europa centrale, per evitare l’attacco dei predoni delle steppe. Un anno dopo, giunti alla corte di Carlo il Calvo a Ingelheim – nei pressi di Magonza -, narrarono al sovrano del loro peregrinare ma soprattutto di essere originari della Svezia; il racconto venne poi diligentemente annotato da Prudenzio di Troyes, all’epoca precettore reale.

Massimo Guidetti, nella sua Enciclopedia del Mediterraneo, ricostruisce così l’episodio: “Per un certo periodo il vasto mondo commerciale slavo-scandinavo tra Baltico e mar Nero fu una periferia dei chazari. Se ne trova una traccia in Occidente nell’839, quando giunse alla corte di Ludovico ad Ingelheim un’ambasciata bizantina della quale facevano parte alcuni stranieri che dichiararono di provenire da un paese organizzato sotto la guida di un chaganus, il nome corrente per un sovrano presso i chazari. Si presentarono come Rhos/Rus ma i franchi li identificarono come membri ‘gentis Sueonum’. Bisanzio stava cercando di recuperare terreno nel commercio euro-asiatico e gli svedesi che accompagnavano i suoi ambasciatori provenivano probabilmente da uno degli empori continentali del commercio scandinavo”.

La Povest’ vremennych letCronaca degli anni passati, un antico manoscritto di origine monastica sulla storia dell’Europa orientale (redatto all’inizio del XII secolo, andato perduto e poi ripreso in cronache successive), indica i Rus’ come coloro che arrivarono ‘da oltre il mare’.

Leilа Тavi ci rivela che nella  Povest’ vremennych let “[…] sono presenti documenti che risalgono al periodo precedente alla cristianizzazione, si tratta degli accordi conclusi da Oleg e Igor con Bisanzio rispettivamente nel 911 e nel 944; sono presenti inoltre alcuni racconti bellici ispirati alla tradizione orale. Altri ancora furono molto probabilmente raccontati al cronista da personaggi storici dell’XI secolo, come gli episodi di Vyšata e di suo figlio Jan. Nelle trattazioni di fatti relativi ai principi varjaghi si riscontrano chiaramente delle influenze nordiche, come negli episodi della morte di Oleg o della vendetta di Olga”.

Questo testo racconta fra l’altro dell’arrivo dei fratelli variaghi Rjurik, Sineus e Truvor, della fondazione di Kiev da parte del principe Kij della tribù dei Poljani e degli intrighi di potere che determinarono la morte violenta di alcuni variaghi.

Rjurik, vissuto fino all’879 e ricordato come capostipite di un’importante dinastia (Rjurikide), è colui che riuscì verso la metà del IX secolo (attorno all’862) a impadronirsi del potere nel villaggio di Velikij Novgorod; qui costruì un grande magazzino, dove custodire le merci, con annessi gli alloggi dei variaghi. Di fatto si trattava del primo nucleo di quella che diventerà un’importante città.

I suoi successori estesero l’influenza variaga a Kiev, dove ressero il potere almeno fino alla metà del XIII secolo, in quello che è stato definito lo stato della Rus’ di Kiev.

Lo storico Gwyn Jones, autore del fondamentale A History of the Vikings (tradotto in italiano nel 1977 per Newton Compton), ricorda anche una precisa descrizione dei Rus’ che fece nel 922 il diplomatico musulmano Ahmad ibn Fadlan, poiché tale resoconto pare calzare a pennello per genti di stirpe norrena: “Ho visto i Rus’ quando venivano nei loro viaggi commerciali e si accampavano vicino all’Itil. Non ho mai visto esemplari fisici più perfetti, alti come palme da datteri, biondi e rubizzi; non indossano né tuniche né caftani, ma gli uomini indossano un indumento che copre un lato del corpo e lascia una mano libera. Ogni uomo ha un’ascia, una spada e un coltello, e tiene ciascuno accanto a lui tutte le volte. Le spade sono larghe e scanalate, di tipo franco. Ogni donna indossa su entrambi i seni una scatola di ferro, d’argento, di rame o d’oro; il valore della scatola indica la ricchezza del marito. Ogni scatola ha un anello da cui pende un coltello. Le donne indossano collari d’oro e d’argento. I loro ornamenti più preziosi sono perline di vetro verdi. Le infilzano come collane per le loro donne”.

Altre preziose testimonianze coeve sul conto dei Rus’ provengono da viaggiatori e geografi che bazzicarono Novgorod e dintorni: i resoconti sono concordi nell’indicare questa gente come navigatori, guerrieri e commercianti (anche di schiavi), che poi rispecchia fedelmente lo stereotipo del vichingo/norreno.

Gli stessi variaghi non mancarono di lasciare traccia delle gesta compiute in Oriente, in numerose pietre runiche, rinvenute nella loro terra d’origine, la Svezia.

Francis Donald Logan, professore emerito di storia dell’Emmanuel College di Boston, è del parere che i Rus’, quando arrivarono in Europa orientale, erano svedesi, ma duecento anni dopo divennero slavi.

Come dire che non incisero più di tanto sulla storia culturale dell’est, poiché nel frattempo si fusero con le popolazioni autoctone.

Questa considerazione, comunque sopra le righe, dev’essere ricondotta alla natura stessa dei vichinghi svedesi, che vanno ricordati come precursori medievali di cittadine multietniche dedite allo scambio e al commercio di beni.

Secondo Ciro Lo Muzio, professore associato di Archeologia e storia dell’arte dell’India e dell’Asia centrale all’Università La Sapienza di Roma, “[…] l’analisi delle fonti (soprattutto arabe e bizantine) rende ragionevole l’ipotesi che la Rus’ non fosse un gruppo etnico o tribale, bensì una sorta di corporazione o, meglio, un’organizzazione mercantile multietnica. All’interno di questa prese avvio assai per tempo un processo di reciproca assimilazione tra le diverse componenti (scandinava, forse inizialmente egemone, slava, baltica e finnica) che solo gradualmente avrebbe portato la parte slava (o slavizzata) a diventare dominante”.

Lo storico Ludovico Gatto riassume così il ruolo dei variaghi nella storia: “Se una certa importanza ebbero gli scambi con l’Oriente non meno significativi furono quelli con le terre del Nord, con i Normanni, gli Slavi e gli Scandinavi in genere. I Vichinghi, i Variaghi o Vareghi seguirono itinerari non di rado fluviali e posero in relazione i paesi del mar Nero, del Caspio e dell’Asia centrale con le regioni baltiche e, loro tramite, con quelle in prevalenza franche. I traffici dei Vareghi sono tutto sommato poco conosciuti ma i cenni fatti in proposito su cronache, iscrizioni, reperimenti di tesori, attestano segni indubbi di commercio e di bottino lungo le vie dell’Ucraina, della Scandinavia e della Finlandia e, sebbene più di rado, della Cina e della Russia centro-settentrionale”.

Non ha invece simili dubbi Frederic Durand: “[…] non si può contestare che alcune delle più grandi città russe […], devono la loro origine all’espansione vichinga e si può affermare, senza troppa esagerazione, che sono stati gli Svedesi a gettare le basi dell’impero russo”.

A partire dal X secolo anche i variaghi subirono l’influenza cristiana propagata da Costantinopoli: dopo la conversione della principessa Olga nel 959, fu la volta del principe Vladimir, che nemmeno trent’anni dopo si battezzò, decretando che il cristianesimo divenisse il culto principale per la sua gente.

Per ironia della sorte, i monaci diffusero la religione percorrendo la stessa strada che aveva portato i vichinghi fin sulle rive del Mar Nero, la cosiddetta ‘via dai Variaghi ai Greci’.

 Nel 965 i variaghi del principe Sviatoslav I di Kiev conquistarono le ultime roccaforti dei chazari, la capitale Itil alla foce del Volga e Sarkel sul Don.

Il polo commerciale di Sarkel collegava i due fiumi e, oltrepassato il Mar Morto, permetteva di raggiungere il Mar Caspio e il Baltico, in quella che veniva definita Via Khazariana.

Ben seimila variaghi accorsero nel 989 in soccorso di Costantinopoli, su precisa richiesta del sovrano Basilio II, che da sempre temeva congiure da parte delle opposizioni.

In cambio, la figlia dell’imperatore andò sposa a Vladimiro, che fu così pienamente legittimato a governare i territori conquistati.

Da quel momento i variaghi entrarono a far parte ufficialmente della guardia imperiale (ridenominata Guardia variaga) di Costantinopoli, soppiantando quella bizantina considerata inaffidabile.

La milizia, impiegata anche in fatti d’arme, si distinse in più occasioni per il valore dimostrato sui campi di battaglia, come narrano diverse cronache dell’epoca.

Memorabile rimane la strenua quanto inutile difesa della città dall’assedio dei crociati nel 1204.

Nella prima metà del XIII secolo, con l’invasione della Russia da parte dei Mongoli e la caduta di Kiev (1240), si può dire conclusa l’avventura variaga in Europa orientale, iniziata tre secoli prima.

Dei vichinghi di un tempo, non c’era più nulla.

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