
Dollari, soldati e petrolio (Tralerighe Libri, 2026) di Simone Barcelli
L’odore degli hamburger
Sono iniziate le celebrazioni per i 250 anni della festa dell’Indipendenza a Villa Taverna a Roma, il tradizionale ricevimento organizzato dall’ambasciatore Tilman Fertitta, con l’odore dei buonissimi hamburger americani che hanno fatto perdere la parola al vicepremier Matteo Salvini.
Ma i rapporti tra il nostro Presidente del Consiglio, assente alla manifestazione, e il presidente Donald Trump, rimangono tesi per l’aggressione verbale subita da Giorgia Meloni qualche giorno fa.
Dopo aver raccontato le prime migrazioni nel Nuovo Mondo, andiamo a scoprire come nacque la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti.
Necessità e cause di prendere le armi
Fu l’avvocato Thomas Jefferson, un ricco proprietario terriero della Virginia, che sarà eletto presidente degli Stati Uniti per due mandati nel 1800 e nel 1804, a scrivere buona parte della cosiddetta “Dichiarazione sulle necessità e cause di prendere le armi” contro la Gran Bretagna, presentata nel 1776 in quel consesso.
Le belle parole
La parte introduttiva del celebre discorso recita così: «Quando, nel corso degli umani eventi, si rende necessario a un popolo sciogliere i vincoli politici che lo avevano legato a un altro e assumere tra le potenze della terra quel posto distinto e uguale cui ha diritto per legge naturale e divina, un giusto rispetto per le opinioni dell’umanità richiede che esso renda note le cause che lo costringono a tale secessione. Noi riteniamo che le seguenti verità siano evidenti per se stesse: che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono stati dotati dal loro Creatore di taluni inalienabili diritti, che fra questi vi sono la vita, la libertà, la ricerca della felicità».
Belle parole, peccato che già all’epoca Jefferson, e con lui tanti altri padri fondatori, avesse al suo servizio nelle piantagioni di proprietà (come tutti i proprietari terrieri) centosettantacinque schiavi africani.
Gli abusi imputati a Giorgio III
Stefano Luconi, che insegna Storia degli Stati Uniti d’America nelle Università di Roma “Tor Vergata”, Padova e Pisa, rivela, però, che nella prima bozza della Dichiarazione d’indipendenza, Jefferson aveva incluso tra gli abusi imputati a Giorgio III «anche la riduzione in schiavitù degli africani, un popolo “che non gli aveva mai fatto nulla” e del quale erano stati violati i “sacri diritti alla vita e alla libertà”».
Ma quelle parole furono poi cancellate in seguito alle rimostranze dei delegati del South Carolina e della Georgia, che non avrebbero mai sottoscritto un documento contenente simili affermazioni.
Vietare la schiavitù
Solo il Vermont, nel 1777, varò un paragrafo della sua Costituzione nel quale si vietava espressamente la schiavitù.
Questo Stato fu il primo dell’Unione a prendere una decisione simile.
Da lì a qualche anno, anche le Corti di giustizia del Massachusetts interpretarono quel paragrafo della Costituzione («tutti gli uomini nascono liberi e uguali») come una norma che aboliva la schiavitù.
Leggi emancipatrici
Il principio venne accolto, poco dopo, anche nel New Hampshire, in Pennsylvania, nel Connecticut e Rhode Island, New York e, infine, nel New Jersey nel 1804, dove la schiavitù fu abrogata attraverso leggi emancipatrici.
Questi provvedimenti legislativi produssero la soppressione della schiavitù negli Stati del Settentrione.
Infine, anche la Northwest Ordinance del 1787 vietò la schiavitù in tutti i territori a nord dell’Ohio River.
Assicurare anche agli schiavi neri quei diritti
Bisognerà, però, attendere quasi cent’anni per assicurare anche agli schiavi neri, almeno in “apparenza”, quei diritti, con l’approvazione tra il 1865 e il 1870, durante e dopo la guerra di secessione, del XIII, XIV e XV emendamento della Costituzione che sancivano rispettivamente l’abolizione della schiavitù, il riconoscimento dei diritti civili e il diritto di voto.
Non tutti gli Stati ratificarono immediatamente gli emendamenti, rinviando la decisione anche di decenni.
Inoltre, negli stati del Sud, la segregazione razziale fu mantenuta per legge fino agli anni Sessanta del secolo scorso.
Pregiudizi razzisti ben radicati
I pregiudizi razzisti rimasero, infatti, ben radicati negli americani, addirittura codificati dal tardo Ottocento nella legislazione razzista degli Stati meridionali.
Solo nel 1964 con il Civil Rights Act promosso dal defunto presidente John Fitzgerald Kennedy, firmato di controvoglia dal successore Lyndon Baines Johnson, cominciò lo smantellamento della discriminazione etnica, portato in qualche modo a compimento con il Voting Rights Act dell’anno successivo.
Ancor oggi, purtroppo, il sentimento di superiorità dei bianchi americani nei confronti delle minoranze (afro-americani, ispanici, arabi, asiatici, europei orientali e meridionali, italiani) è ancora decisamente palese.
L’ondivago Jefferson
Jefferson, all’epoca, non espresse mai una chiara condanna nei confronti della schiavitù, anche se una delle ultime leggi che fece approvare dal congresso nel 1807, quasi al termine del suo secondo mandato, fu quella che proibiva di importare altri schiavi africani nel continente americano, lasciando però possibile la compravendita di schiavi negli Stati Uniti.
Il mancato riconoscimento dei diritti fondamentali dell’uomo, sancito pomposamente nel documento di Jefferson, sarebbe toccato anche ad altre minoranze etniche, tra cui gli indiani.
Una razza inferiore
Gli americani bianchi, come spiega lo storico Aram Mattioli, docente di storia contemporanea all’Università di Lucerna, negarono «proprio ciò che, dopo il 1783, aveva costituito la cifra del loro esperimento democratico: libertà, diritti civili, uguaglianza, autodeterminazione, partecipazione politica. Dopo il 1820, proprio nel momento in cui veniva a crearsi la democrazia di massa, innumerevoli cittadini statunitensi si rifiutarono di vedere negli indiani esseri umani dotati di pari diritti, considerandoli invece, alla perfetta maniera colonialista, una “razza inferiore” di cui poter disporre a piacimento. Solo attraverso questo atteggiamento autoassolutorio di fondo si poterono infliggere tante ingiustizie ai nativi».
Un obiettivo da realizzarsi nella vita della futura nazione
Lo storico Raimondo Luraghi precisava che la naturale uguaglianza tra gli uomini era da Jefferson «evidentemente espressa in senso programmatico, non precettivo: in altre parole essa era un obiettivo da realizzarsi nella vita della futura nazione, compatibilmente con le esigenze storiche e sociali. In questo senso le sue tesi non avevano nulla di ipocrita. E quanto egli fosse sincero, lo dimostrò la richiesta sua di includere nella Dichiarazione l’abolizione della tratta dei negri come condizione prima per la futura estinzione della schiavitù. Ma qui Jefferson si trovò di fronte l’inopinata resistenza dei ceti mercantili del Nord, i quali, appoggiati anche dalla Carolina Meridionale, ottennero che l’abolizione fosse posposta di alcuni anni».
Hai letto un estratto da “Dollari, soldati e petrolio” (Tralerighe Libri), Premio 2025 Tralerighe Storia.
