Quando Osama bin Laden colpì il ventre molle della “Tigre di carta”

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Dollari, soldati e petrolio (Tralerighe Libri, 2026) di Simone Barcelli

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Un processo in salita

Le confessioni rese all’FBI dal detenuto Khalid Shaikh Mohammed, ritenuto la mente di Al Qaeda negli attacchi dell’11 settembre 2001, non potranno essere utilizzate al processo, poiché ottenute sotto tortura. Lo ha stabilito qualche giorno fa un giudice militare, come riferisce il New York Times.

In attesa del processo che inizierà il 5 giugno 2028, vale la pena ricostruire i fatti accaduti in quel tragico giorno.

Il ventre molle degli Stati Uniti

L’11 settembre 2001, Osama bin Laden colpì forte il “ventre molle” degli Stati Uniti, quando una ventina di terroristi di al Qaeda, quasi tutti giovani e provenienti dall’Arabia Saudita, dirottarono quattro aerei di linea dopo il decollo dagli aeroporti di Boston, Newark, New Jersey e Washington D.C.: due di questi furono fatti schiantare sulle Twin Towers del World Trade Center di New York (provocando quasi tremila vittime), uno sul Pentagono e l’ultimo, probabilmente, avrebbe dovuto colpire un altro obiettivo sensibile (la Casa Bianca o il quartiere generale della CIA), ma fallì.

Mohammed, uno degli ideatori

L’attentato suicida plurimo fu ideato due anni prima a Kandahar da Osama bin Laden, Khalid Sheikh Mohammed e Abu Hafs.

La missione fu affidata a Mohammed Atta, Ziad Jarrah, Marwan al-Shehhi e Hani Hanjour, che impararono, quindi, qualche parola in lingua inglese e soprattutto simularono la guida di veicoli aerei.

Due giorni prima, in Afghanistan, uomini di al Qaeda, fingendosi giornalisti, durante un’intervista si erano fatti esplodere causando la morte di Ahmed Shah Massoud, il capo dell’Alleanza del Nord.

Una Tigre di carta

Come osserva Elisabetta Loi, l’11 settembre, per la sua dimensione e forza distruttiva, ebbe «un forte impatto psicologico. Frantumò il senso di invulnerabilità degli americani che derivava dal loro status di superpotenza senza rivali e dal relativo isolamento geografico, in quanto separata dal resto del mondo da due oceani. Dimostrò, inoltre, che sebbene l’esercito americano fosse in grado di difendersi, non poteva proteggere la popolazione americana da azioni terroristiche impreviste. L’11 settembre confermò ciò che bin Laden aveva sempre sostenuto e cioè che gli Stati Uniti erano una “tigre di carta”, pericolosamente vulnerabile».

Paure ancestrali

Secondo il giudice Rosario Aitala, si tratta di «un momento definitorio. I terroristi, che la stessa potenza imperiale aveva involontariamente contribuito a generare, risvegliano in pochi istanti paure ancestrali stordenti in una società ricca e assuefatta al securitarismo che d’improvviso si scopre vulnerabile, tremante, nuda. Cercano la reazione, una drammatizzazione che renda la loro causa grandiosa, universale, eterna. La risposta supera ogni aspettativa».

Le dimissioni del principe

Dieci giorni prima dell’attacco dell’11 settembre 2001, il principe Turki bin Faisal Al Saud, figlio dell’ex re Faisal e Direttore generale dal 1979 di Al Mukhabarat Al A’amah, l’agenzia d’intelligence dell’Arabia Saudita, rassegnò improvvisamente le dimissioni.

Era lui che aveva sovrinteso le operazioni di finanziamento ai mujaheddin dell’amico Osama bin Laden, che conosceva personalmente dal 1979, in Afghanistan e nel Caucaso, in accordo con il servizio segreto del Pakistan e la CIA.

Il direttore dell’ISI licenziato improvvisamente

Gore Vidal ed Eric Laurant, hanno speculato sulla stessa sorte toccata al direttore generale dell’ISI, il generale Mahmoud Ahmed, arrivato a Washington il 4 settembre 2001, per una visita di una settimana, come confermato già all’epoca da un paio di organi di stampa, il londinese Daily Telegraph e il pakistano The News.

Ahmed ebbe incontri definiti “misteriosi” al Pentagono e al Consiglio Nazionale di Sicurezza, anche se il Dipartimento di Stato sostenne si trattasse di una visita di routine, che andava a ricambiare quella fatta in precedenza dal direttore della CIA George Tenet a Islamabad.

Cosa si siano detti, di nuovo, Ahmed e Tenet a Washington non lo sappiamo. Quel che, invece, è ben risaputo, è che l’8 ottobre successivo, Mahmoud Ahmed viene licenziato dalla sua carica di direttore dell’ISI e si prepensiona.

I legami con i dirottatori

L’edizione indiana di “The Times” è la prima a darne la ragione: “Fonti del più alto livello hanno qui confermato, martedì, che il generale è stato sollevato dall’incarico a causa delle prove fornite dall’India che dimostravano i suoi legami con uno dei dirottatori suicidi che hanno distrutto il World Trade Center. Le autorità statunitensi hanno preteso la rimozione dopo aver comprovato che un bonifico di centomila dollari era stato inviato al dirottatore Mohammed Atta dal Pakistan, da Ahmad Uhmar Sheikh, su richiesta del generale Mahmoud”.

Oggi sappiamo che Mohammed Atta era al comando dei diciannove uomini che l’11 settembre 2001 hanno dirottato i quattro aerei.

È morto nella collisione con la prima torre. Perché il generale Mahmoud, durante la sua visita a Washington, gli ha inviato del denaro?

L’intermediario dell’operazione finanziaria

Ahmad Uhmar Sheikh l’intermediario dell’operazione finanziaria, era un terrorista appartenente ad al Qaeda, coinvolto nel 2002 nel rapimento e nell’uccisione del giornalista Daniel Pearl; egli è stato ritenuto, in seguito, l’ideatore degli attacchi dell’11 settembre.

L’attentato alle Torri Gemelle e al Pentagono vide la partecipazione di almeno quattordici terroristi sauditi su diciannove, anche se sull’identità di questi, pomposamente rivelata dal FBI appena tre giorni dopo, continuano a sussistere notevoli dubbi, come evidenziato da Thierry Meyssan.

Il giornalista, fra l’altro, ha sostenuto che gli attacchi terroristici dell’11 settembre siano stati organizzati dal complesso militare-industriale statunitense, nel tentativo di instaurare un regime militare.

Qualcosa sarebbe successo

Turki bin Faisal Al Saud, come da lui stesso rivelato, sapeva che da lì a qualche tempo sarebbe successo qualcosa di eclatante e che gli Stati Uniti potessero essere uno dei bersagli dei terroristi.

Le sue repentine dimissioni dall’incarico, potrebbero essere state volute dai familiari dignitari del suo stesso Paese, in considerazione del legame di lunga data tra l’Arabia Saudita e gli USA.

Negli anni successivi, il principe è stato talvolta molto critico sulla politica estera degli Stati Uniti, soprattutto per quel che concerne i rapporti tra palestinesi e israeliani, poiché smaccatamente in favore di Israele.

Le pagine non declassificate

L’amministrazione di George H. W. Bush, e in seguito quella di Barack Obama, si rifiutarono di declassificare ventotto pagine di un documento di ottocento, attinente al coinvolgimento dell’Arabia Saudita negli attentati, prodotto da una commissione del Congresso, poiché ritenute lesive per la sicurezza nazionale, così alimentando il sospetto che entrambi i Paesi, indubbiamente legati da tempo fra loro, anche solo per gli importanti rapporti commerciali, sapessero per tempo quello che stava per accadere.

Le agenzie d’intelligence americane avevano rappresentato qualche mese prima il pericolo di un accadimento simile.

Indubbiamente, quelle pagine ancora censurate, che potrebbero rivelare il ruolo saudita negli attacchi, servono per mantenere intatta la delicata alleanza dell’America con il Paese che, ancora oggi, è al secondo posto, dopo il Venezuela, per le maggiori riserve petrolifere comprovate al mondo.

Il coinvolgimento del regno saudita

Il giornalista Paul Sperry sostiene che il coinvolgimento del regno saudita sia stato coperto deliberatamente ai più alti livelli dal governo statunitense.

Secondo le fonti che ha potuto consultare, le pagine mancanti del rapporto d’inchiesta del Congresso sull’11 settembre, in sostanza l’ultimo capitolo che si occupa del sostegno fornito ai dirottatori, contiene dettagli e prove raccolte da CIA e FBI, sull’assistenza saudita concessa ad almeno due dei dirottatori sauditi che si erano stabiliti a San Diego.

Uno di questi avrebbe effettuato numerose telefonate, prima dell’atto terroristico, all’ambasciata saudita, mentre l’ambasciatore Bandar avrebbe trasferito sul conto bancario di uno degli attentatori circa centotrentamila dollari.

John Guandolo, già agente dell’FBI, ha rivelato che Bandar avrebbe dovuto essere un sospetto chiave nell’indagine: «L’ambasciatore saudita ha finanziato due dei dirottatori dell’11 settembre attraverso una terza parte».

Un sospetto terrorista

Per questo «dovrebbe essere trattato come un sospetto terrorista, come altri membri della classe d’élite saudita» che il governo degli Stati Uniti sospetta come finanziatori della jihad globale.

Testimonianze rese da altri agenti dell’FBI, confermano che l’agenzia è stata ostacolata nelle indagini e ha dovuto evacuare decine di funzionari sauditi da più città, tra cui almeno un membro della famiglia Osama bin Laden, invece di interrogarli.

I rapporti con Osama bin Laden

In tutta questa intricata vicenda, rimane che Turki bin Faisal Al Saud è stato comunque tirato in ballo da Zacarias Moussaoui, come risulta da una dichiarazione giurata resa al giudice George B. Daniels il 3 febbraio 2015, poiché fu proprio il principe a incaricarlo di mantenere per suo conto i rapporti con Osama bin Laden fin vero la fine degli anni Novanta del secolo scorso.

Moussaoui aggiunse che almeno tre membri della famiglia reale saudita, tra cui Turki bin Faisal Al Saud, avevano contribuito a finanziare al Qaeda, anche per gli attacchi terroristici dell’11 settembre.

L’accusatore è un membro della cellula francese di al Qaeda, che dichiarò di aver avuto un ruolo attivo nella fase preparatoria di un possibile attentato terroristico, pur non essendo coinvolto nei fatti dell’11 settembre, e per questo è stato condannato all’ergastolo.

Dalle carte giudiziarie risulta che il terrorista seguì corsi di addestramento al volo in Oklahoma e Minnesota, in una stessa scuola frequentata da altri due terroristi di al Qaeda implicati negli assalti suicidi.

Moussaoui fu arrestato dall’FBI il 16 agosto 2001, in seguito alla denuncia presentata da alcuni istruttori di volo.

 

Hai letto un estratto da “Dollari, soldati e petrolio” (Tralerighe Libri), Premio 2025 Tralerighe Storia.

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