Pratikshya Bohra-Mishra della Princeton University of New Jersey, in uno studio pubblicato nel 2014, suggerisce che i cambiamenti climatici a lungo termine, come significative variazioni di temperatura e precipitazioni, abbiano sempre esercitato una maggiore influenza sul modo in cui gli esseri umani migrano, rispetto a episodiche calamità naturali.
La ricerca, basata su dati provenienti da più di settemila famiglie indonesiane monitorate per quindici anni, combinati con il verificarsi di calamità naturali e significative variazioni, ha registrato le migrazioni di interi nuclei familiari da provincia a provincia.
Ciò ha permesso di comprendere gli effetti dei fattori ambientali sugli spostamenti permanenti che possono differire dalla migrazione temporanea.
L’analisi suggerisce che la migrazione permanente è influenzata in maniera non lineare dalle variazioni climatiche, soprattutto l’aumento delle temperature sopra i 25°C, impattando significativamente sulle condizioni economiche, mentre i disastri episodici naturali e le precipitazioni tendono ad avere un impatto di minima entità o nullo su tale migrazione, influenzando solo spostamenti temporanei a breve distanza.
L’Africa orientale dell’epoca (prima, durante e dopo le prime migrazioni degli ominidi) si caratterizzava per un clima molto instabile, con stagioni umide che lasciavano spazio a quelle secche, in un vortice senza fine, testimoniato sia dall’analisi della stratigrafia, della polvere trasportata dal vento, dai nuclei marini e lacustri, sia dallo studio degli isotopi stabili (soprattutto ossigeno, carbonio e azoto) con la tecnica della spettrometria di massa.
È in questo scenario da incubo che le mutazioni genetiche per la sopravvivenza furono al lavoro più che mai, protagoniste in un milione di anni circa dell’esistenza di almeno una decina di ominidi che si sovrapposero geograficamente, tra cui sarebbe emerso, infine, il nostro antenato.
Questo spiegherebbe la presenza di più specie di Homo che, come riscontrato dai fossili rinvenuti a Dmanisi in Giorgia (Homo georgicus) in relazione a quelli scoperti a Malapa in Sudafrica (Australopithecus sediba), presentano caratteristiche differenti l’un l’altro ma, comunque, tutte riconducibili ai tratti salienti del sapiens, l’unico premiato dalla selezione naturale.
Sono queste, in estrema sintesi, le conclusioni degli antropologi Richard Potts della New York University, Susan Antón della Smithsonian Institution e Leslie Aiello della Wenner-Gren Foundation, in uno studio pubblicato sempre nel 2014, sulla rivista Science.
Al riguardo Potts pone l’accento sul successo iniziale del genere Homo e della sua «capacità di adattamento ai cambiamenti ambientali, piuttosto che l’adattamento a un qualsiasi ambiente».
L’instabilità e la frammentazione dell’habitat, quindi, hanno forzato l’evoluzione del genere Homo, imponendo un’importante forza selettiva.
La scoperta di nuovi fossili «supportano la presenza di più gruppi di Homo primitivi che si sovrappongono per corpo, cervello e dimensioni dei denti e sfidano l’interpretazione tradizionale di H. habilis e H. rudolfensis come rappresentanti rispettivamente di piccole e grandi trasformazioni».
Inoltre, «alcune caratteristiche un tempo considerate dell’Homo si trovano nell’Australopithecus (ad esempio, arti posteriori lunghi), mentre altre non si verificano fino a molto più tardi nel tempo (ad esempio, pelvi strette e ontogenesi estesa)».
I reperti fossili e archeologici dei primi Homo suggeriscono, per gli autori, che «i fattori chiave per il successo e l’espansione del genere si basavano sulla flessibilità alimentare in ambienti imprevedibili, che, insieme all’allevamento cooperativo e alla flessibilità nello sviluppo, consentivano l’espansione dell’areale e riducevano i rischi di mortalità».
Anche i principali adattamenti alla base dell’origine e dell’evoluzione precoce del genere Homo, tra cui molte caratteristiche associate all’Homo sapiens, stando alle analisi recenti di dati fossili, archeologici e ambientali, indicano che «tali tratti non sono emersi come un unico pacchetto. Invece, alcuni sono emersi sostanzialmente prima e altri dopo rispetto a quanto si pensasse in precedenza […] tre linee di Homo primitivi si sono evolute in un contesto di instabilità e frammentazione dell’habitat su scale temporali stagionali, intergenerazionali ed evolutive Questi contesti hanno dato un vantaggio selettivo ai tratti, come la flessibilità alimentare e le dimensioni corporee più grandi, che hanno facilitato la sopravvivenza in ambienti mutevoli».
Giorgio Manzi e Alessandro Vienna in Uomini e ambienti raccontano da par loro questo cambiamento avvenuto in quella porzione del continente africano: «A ovest c’erano ancora foreste lussureggianti (dove continuavano a prosperare gli antenati di gorilla e scimpanzé), a est, soprattutto lungo l’asse della frattura tettonica nota come Rift Valley, le foreste si andavano diradando e avrebbero presto lasciato il posto a smisurate distese di savana».
Una trasformazione che attorno a due milioni e mezzo di anni fa vide «un ulteriore inasprimento climatico [che] comporta la graduale quanto definitiva affermazione delle distese erbose della savana a scapito delle residue foreste».
Questa modificazione degli ambienti, senza dubbio provocata da condizioni climatiche sempre più avverse, portò alla diminuzione della vegetazione e quindi alla necessità da parte degli ominidi di diventare onnivori: se all’inizio essi si limitavano ad appropriarsi delle carcasse abbandonate dagli animali predatori, col tempo si dedicarono consciamente (ma con alterne fortune) alla caccia di animali di piccola taglia con rudimentali strumenti in pietra, sviluppando ulteriormente la postura.
Il consumo di carne e l’introduzione nell’organismo di proteine avrebbero favorito, secondo l’antropologo Craig Britton Stanford, lo sviluppo del cervello con tutto quel che ne consegue: «La maggior parte degli scienziati concorda sul fatto che la chiave del nostro successo è la dimensione insolitamente grande del nostro cervello. I nostri grandi cervelli ci hanno dato la nostra eccezionale capacità di pensiero e hanno portato ad altre caratteristiche distintive degli esseri umani, tra cui la comunicazione avanzata, l’uso di strumenti e la deambulazione su due gambe».
Ciò che ha reso gli esseri umani unici e stimolato l’esplosione delle dimensioni del cervello negli ultimi duecentomila anni, secondo Stanford, è stata la carne, desiderata, consumata, ricercata con la caccia e, infine, condivisa all’interno delle società, poiché essa fornisce una fonte altamente concentrata di proteine, essenziali per lo sviluppo e la salute del cervello.
Hai letto un estratto del libro “L’ultima specie” (2025, seconda edizione).
